{"id":1505,"date":"2016-04-15T17:10:31","date_gmt":"2016-04-15T17:10:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.silviadacomo.it\/?p=1505"},"modified":"2025-11-24T15:39:06","modified_gmt":"2025-11-24T14:39:06","slug":"1505","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.silviadacomo.it\/?p=1505","title":{"rendered":"Rosina sorride dietro un acquario"},"content":{"rendered":"<h2 style=\"text-align: center;\"><\/h2>\n<p><a href=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/04\/nonnaVIOLA-BIMBI-CAPPELLO.jpg\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-1508\" src=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/04\/nonnaVIOLA-BIMBI-CAPPELLO-1024x450.jpg\" alt=\"nonnaVIOLA+BIMBI+CAPPELLO\" width=\"750\" height=\"330\" srcset=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/04\/nonnaVIOLA-BIMBI-CAPPELLO-1024x450.jpg 1024w, https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/04\/nonnaVIOLA-BIMBI-CAPPELLO-300x132.jpg 300w, https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/04\/nonnaVIOLA-BIMBI-CAPPELLO.jpg 1196w\" sizes=\"(max-width: 750px) 100vw, 750px\" \/><\/a><\/p>\n<p>In tempi molto lontani e non sospetti, quando le bottiglie dell\u2019acqua minerale erano solo di vetro e poche etichette distinguevano una marca da un\u2019altra, un\u2019ecologista <em>ante litteram<\/em> combatteva una personale battaglia casalinga.<\/p>\n<p>Nella casa di Rosina, la mia nonna paterna, non era \u2013 e non sarebbe mai \u2013 entrata una sola bottiglia di acqua minerale, considerata un inutile lusso da <em>sgnur<\/em>. Sulla modesta tavola trionfava piuttosto una bottiglia con tappo ermetico, riempita di acqua effervescente preparata con la bustina di polvere di acido tartarico e bicarbonato di sodio. Inutile spiegarle che non gradivo affatto quell\u2019acqua dal gusto di sale. Ogni volta che pranzavo a casa sua, lei, imperterrita, apriva la dispensa, afferrava una scatolina e si dedicava al suo frizzantissimo rito. Che le risparmiava \u00aboltretutto\u00bb la \u00abgrana di restituire tutti quei vuoti\u00bb a rendere.<\/p>\n<p>Indossava occhiali dalle lenti spesse, leggermente abbassati sul naso, e davanti all\u2019acquaio, fissava il preparato che precipitava nella bottiglia. La vista non pi\u00f9 troppo affidabile faceva s\u00ec che un po\u2019 di polverina si depositasse sul bordo e cos\u00ec, una volta premuto il tappo ermetico e capovolta la bottiglia due volte, si creava una dispersione sotto la guaina. Inevitabile il classico sibilo mentre liquido gassoso fuoriusciva da tutte le parti.<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 una grande invenzione, io l\u2019ho sempre usata!\u00bb, dichiarava compiaciuta di fronte alle mie perplessit\u00e0. \u00ab\u00c8 strano che fai tanto la difficile, proprio te che mangi di tutto\u00bb. Vero, mangiavo e mangio di tutto, ma detestavo quell\u2019acqua che sapeva di sale. \u00abMa sai, preferisco bere quella del rubinetto cos\u00ec com\u2019\u00e8\u00bb.<\/p>\n<p>Ma lei, con la sua sordit\u00e0 occasionale, mi versava nel bicchiere, come se niente fosse, la formidabile pozione idrica, salvo poi ribadire: \u00abMa s\u00ec va, che \u00e8 buona, e poi questa fa digerire, l\u2019altra no\u00bb. Non volevo replicare a questa donna che con me era sempre stata amabile e generosa, riservandomi il meglio del suo carattere che, proprio come la sua acqua, non era sempre stato limpidissimo.<br \/>\nLa cucina che Rosina mi propinava non era precisamente salutista. Ricordo noci di burro grandi come palline da ping pong gettate nel sugo con una disinvoltura che oggi si direbbe raccapricciante, o il coniglio al civet accompagnato da una peperonata in un lago d\u2019olio, uova sode ripiene di tonno sormontate da una catena montuosa di maionese, e per finire \u2013 un classico della cucina piemontese che non si chiamava ancora \u201cdel territorio\u201d \u2013 le pesche al vino, cioccolato e amaretto quale migliore preludio a un abbiocco ormai imminente.<br \/>\n\u00abE adesso, lo vuoi un bicchiere di tamarindo?\u00bb<\/p>\n<p>La frase, come di prammatica, arrivava alla fine di ogni pasto. E questa volta, eccola Rosina davanti a un bollitore con in mano un\u2019altra bustina a prepararmi la tisana del frutto esotico che alcuni parenti emigrati in Argentina le avevano decantato. La ricordo spesso, questa <em>sartoira<\/em> classe 1908, originaria di Trofarello, con alle spalle una vita difficile che era stata anche piena di miseria.<br \/>\nDa ragazza lavorava come apprendista sarta e raggiungeva Torino a piedi per risparmiare i soldi del tram, che all\u2019epoca collegava il paese alla citt\u00e0. Poi commessa, e poi ancora sarta che la mattina trasformava la cucina in laboratorio \u00abper fare gli orli alla gente del borgo\u00bb e poi alla sera trasformava di nuovo il laboratorio in cucina. Siccome non c\u2019era mai un metodo, i due ambienti di lavoro si contaminavano fantasiosamente. Il cibo di fili e le stoffe di farina. Ricordo al mattino gessetti da cucito, spole da imbastitura e passamanerie sparsi ovunque, e alla sera profumo di brodo di dado e mucchietti di <em>friciulin<\/em> pronti per una frittura rovente. Non si dannava certo per il cibo lei, \u00abun uovo \u2013 ricordati \u2013 aggiusta tutto!\u00bb<\/p>\n<p>Sorride un po\u2019 sorniona in una spiritosa fotografia \u2013 il viso dietro le pareti di un piccolo acquario in un ristorante per pranzi domenicali che oggi non esiste pi\u00f9 \u2013 questa donna davvero molto simpatica, indipendente, consapevole. Viveva in un mondo semplice, allietato e istruito costantemente dalle voci della radio (\u00abla televisione un po\u2019 s\u00ec, poi stufa\u00bb). Un mondo spesso sereno, rappacificato con l\u2019esistenza e le sue storture. E soprattutto, totalmente privo di fobie: anche questo non esiste pi\u00f9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In tempi molto lontani e non sospetti, quando le bottiglie dell\u2019acqua minerale erano solo di vetro e poche etichette distinguevano una marca da un\u2019altra, un\u2019ecologista ante litteram combatteva una personale battaglia casalinga. 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