{"id":2855,"date":"2019-04-24T20:48:35","date_gmt":"2019-04-24T18:48:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.silviadacomo.it\/?p=2855"},"modified":"2025-11-24T17:11:55","modified_gmt":"2025-11-24T16:11:55","slug":"una-dacia-in-collina-sognando-california-e-giappone-in-giardino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.silviadacomo.it\/?p=2855","title":{"rendered":"Una dacia a Pecetto e un igl\u00f9 in Sicilia"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN4510.jpg\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-2857 size-large\" src=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN4510-1024x768.jpg\" alt=\"DSCN4510\" width=\"750\" height=\"563\" srcset=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN4510-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN4510-300x225.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 750px) 100vw, 750px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Tutto era cominciato nella prima met\u00e0 degli anni Settanta. Mio padre affrontava la crisi di mezza et\u00e0 con fantasticherie. In linea con il suo carattere ironico, curioso, e per molti versi\u00a0 stravagante. I miei genitori non sono mai stati ricchi, ed entrambi\u00a0 \u2013 friulana lei, piemontese lui \u2013\u00a0 provenivano da famiglie tutt\u2019altro che danarose, men che meno possidenti di terreni, alloggi e quant\u2019altro.<\/p>\n<p>Il 1975 fu l\u2019anno della casa di legno.<\/p>\n<p>Per motivi di lavoro, mio padre entr\u00f2 in contatto con un tizio del cuneese che commercializzava case prefabbricate di legno, ossia <em>dacie<\/em> russe. Cos\u00ec, nel giro di poco tempo casa nostra cominci\u00f2 a essere invasa da progetti di case, del tutto simili alle casette della Lego con cui avevo giocato tanti anni prima, ma in fondo neppure troppo diverse dalle case nella prateria di Zeb Macahan, l\u2019eroe di \u00a0<em>Alla conquista del West<\/em>. Ecco rulli di carta oleata grigia con le planimetrie tracciate in nero, e brochure con le foto delle case in vendita. Tutto prefabbricato, tutto legno sano, tutto semplice. E soprattutto economico. Ricordo, dopo cena, i progetti srotolati sul tavolo di cucina, mio padre che illustrava con il fuoco sacro della meraviglia e noi con gli occhi incollati a seguire le sue dita che percorrevano recinti, verande meravigliose, mansarde da gnomi, e finestre all\u2019inglese divise in quattro quadrati.<\/p>\n<p>\u201cMica andremo a vivere in una casa di legno, fuori citt\u00e0?\u201d, gli chiedevo. Adoravo vivere nel nostro appartamento in affitto, dove\u00a0 ero molto felice. Un vicinato simpatico, ci conoscevamo ed aiutavamo tutti e soprattutto c\u2019era tanto verde. Vicino a scuola, vicino al centro, vicino agli alberi, tanti alberi. \u201cNo, certo\u201d, mi rincuorava lui. La <em>dacia<\/em> sarebbe stata una specie di seconda casa, per i weekend, a respirare l\u2019aria buona della collina, nei boschi intorno a Pecetto. \u201cCerto\u201d, diceva, \u201cnon \u00e8 molto pertinente come stile, ma se si trova il terreno giusto sar\u00e0 un paradiso\u201d. \u00a0Mia madre, con un pezzo di Mitteleuropa nelle vene,\u00a0 ripeteva la solfa che un pessimista \u00e8 uno che ha conosciuto da vicino un ottimista, e ci metteva del suo: \u201cUna casa di legno? Ma non siamo in Svizzera, non siamo in America, non siamo in Svezia, non siamo in Russia, non siamo..\u201d e ripercorreva la geografia dei paesi traboccanti di abeti.<\/p>\n<p>Pecetto \u00e8 un paese sulla collina a pochi chilometri da Torino circondato da boschi e frutteti, fino ai primi del secolo meta di gite domenicali di operai e artigiani (tra cui i miei nonni),\u00a0 con un\u2019economia basata sulla coltivazione delle ciliegie. Quando ero ragazzina, i terreni costavano poco, c\u2019erano case coloniche bellissime ma in stato di degrado e piene di muffa, \u00a0che se solo uno avesse avuto i soldi per restaurarle sarebbero valse un patrimonio.<\/p>\n<p>Ma, una casa di legno non sarebbe mai valsa un patrimonio. Si sarebbe immediatamente deprezzata. Certo mio padre ne era consapevole, ma era un investimento per noi, una casa che con qualche sacrificio forse ci saremmo potuti permettere. Cos\u00ec \u201cprefabbricato\u201d divenne l\u2019aggettivo vincente, un <em>leitmotiv<\/em> della nostra storia familiare che univa leggerezza, facilit\u00e0 e fantasie di weekend agresti. Ma mia madre non ne volle sapere. Part\u00ec all\u2019attacco con il fatto che la localit\u00e0 era umida (vero) e \u201cd\u2019inverno cosa ci andiamo a fare?\u201d. Era un sacrificio economico da sostenere. E poi la manutenzione. E poi, magari, l\u2019eccessivo isolamento. E poi i rischi incendi, \u201cuna porta che si butta gi\u00f9 con una spallata\u201d, e altri ottimismi di questo genere. Cos\u00ec a poco a poco la fantasia si sgonfi\u00f2 come una meringa mal riuscita, e il progetto non continu\u00f2.<\/p>\n<p>Ma continu\u00f2 nella mia testa.<\/p>\n<p>Tutte le sere sfogliavo quella \u00a0brochure con le foto delle case e fantasticavo. Le colline intorno a Pecetto erano diventate la campagna inglese, o la prateria del West americano, o le case dei film di Bergman (che mia madre mi dispensava in giovane et\u00e0 \u2013 grazie a lei, per\u00f2, amo il cinema).\u00a0 La veranda era il luogo dove stare gli amici, leggere, la mansarda dove sognare tra le nuvole, ascoltare i miei dischi, guardare l\u2019alba e il tramonto, la sala un posto dove mio padre avrebbe potuto collocare un\u00a0vero pianoforte verticale di seconda mano e non la tastiera elettronica con la quale strimpellava \u00a0jazz a casa dopo il lavoro, il giardino un posto dove prendere il sole d\u2019estate con mia madre. Penso di avere consumato quelle foto con una specie di raggio laser che i miei occhi di bambina invasati di immagini abitative esotiche puntavano su quelle pagine. A me piaceva rossa con le finestre bianche quadrettate, quella con la veranda costava di pi\u00f9, ma vuoi mettere? Mio pap\u00e0 concordava.<\/p>\n<p>Accantonato il progetto, nessuno torn\u00f2 indietro. Tuttavia mi resi conto che le case di legno mi piacevano davvero, mi erano sempre piaciute, le avevo sempre amate, nei film, nella realt\u00e0 vera come la \u00a0montagna, dove mio fratello affittava a Gressoney una casa Walser con venti amici. Una casa che crepitava ad ogni respiro ed era magnifica. E le avrei amate sempre di pi\u00f9.<\/p>\n<p>E poi\u2026 \u00a0qualche anno dopo, arriv\u00f2 la Sila. Una delle estati con i miei in viaggio verso la Sicilia, ci fermammo a far tappa nella meravigliosa regione calabra. Visitammo il parco silano\u00a0e un villaggio famoso per (indovinate!) le case di legno dai colori pastello immerse nei boschi. Ma allora era vero! Si poteva vivere in una casa di legno fiabesca, allora forse anche a Pecetto avremmo potuto! Niente, sogno infranto.<\/p>\n<p>Ma ne sopraggiunsero altri di sogni, sempre di matrice paterna: ci fu l\u2019anno della pasta fatta assolutamente in casa, l\u2019anno dei centrifugati di carote, l\u2019anno di Khrishnamurti, l\u2019anno del possibile acquisto di una casa-cubo in Sicilia, totalmente da ristrutturare e soprattutto comoda da gestire da qui (!), e ancora l\u2019anno del possibile acquisto di una casa prefabbricata \u00a0a forma di igl\u00f9, sempre in Sicilia, progettata da una ditta israeliana \u00a0che io, mio padre e mia madre visitammo\u00a0per caso. Nel corso di una passeggiata infatti, mio padre rivolse al proprietario di fatto una vera e propria intervista sulla geniale struttura, che a parte ricordare un ufo, era davvero freschissima e meravigliosa. Mio padre si entusiasmava, si informava ma poi veniva sempre a patti con la realt\u00e0. I miei sublimarono le favole di seconde case, e raggiunta una pi\u00f9 sicura tranquillit\u00e0 economica \u00a0iniziarono a viaggiare parecchio in Italia e in Europa.<\/p>\n<p>In et\u00e0 adulta, nel corso dei miei viaggi negli Stati Uniti, ho visto tante case di quel tipo, tutte diverse. Ci ho dormito dentro, ho salito le scale ricoperte di moquette, ho ascoltato i procioni correre nel sottotetto e dormito in mezzo ai boschi del Maine. Ecco poi le case di legno degli immigrati russi in America, le case rifugio di certi eremiti dell\u2019Oregon, isolatissime. Per non parlare delle palafitte di alcune localit\u00e0 della baia di San Francisco. O le case di Ballard, il quartiere svedese di Seattle. Sono tutte altrove. Sono colorate, anche maldestramente, non rifinite. Eppure sono ancora l\u2019immagine di quella brochure che ogni tanto si ripresenta a cinquantatr\u00e8 anni.<\/p>\n<p>Per ironia della vita, da sei anni abito sulla collina torinese a pochi chilometri dalla citt\u00e0, in un piccolo appartamento di un condominio di tre sole unit\u00e0 circondato dai\u00a0 boschi, da un rio, a sette minuti di auto dal cartello stradale \u201cPecetto\u201d, localit\u00e0 dove per altro mi reco spesso. In un prato vicino a casa mia, hanno trasformato forse un capanno per attrezzi di legno scuro in una d\u00e9pendance, o forse in una casetta per ospiti. Sotto un ciliegio giapponese. In aprile faccio <em>hamami<\/em>, vicino a quella stradina sterrata.<\/p>\n<p>Ed ecco che ho ripensato subito alle <em>dacie<\/em>. Mi immagino in una di queste casette, costruita su un minuscolo terreno vicino a casa, ma proprio in mezzo al bosco, senza servizi, senza wi-fi, solo per andarci a scrivere, leggere. Oggi sono pi\u00f9 vecchia di quanto fosse mio padre allora, e pi\u00f9 di allora adoro la natura e sicuramente pi\u00f9 di un tempo anche l\u2019isolamento. Non che dove vivo manchi.<\/p>\n<p>Sublimare i sogni non \u00e8 difficile, basta riscriverli. Essere consapevoli che certe cornici di vita che in modo surreale ci seguono, ci rincorrono, o si piazzano davanti a noi di tanto in tanto come foto, e a volte in modo struggente ci perseguitano, arredavano gi\u00e0 le pareti della nostra mente.<\/p>\n<p>Sono le cose, le persone, i luoghi che qualcuno che ci amava e che amavamo ci ha fatto amare davvero.<\/p>\n<p><em>Fotografie di Silvia Dacomo; in alto una casa di Seattle, in basso una casa prefabbricata sulla collina torinese<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN8153.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-2860 size-large\" src=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN8153-1024x768.jpg\" alt=\"DSCN8153\" width=\"750\" height=\"563\" srcset=\"https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN8153-1024x768.jpg 1024w, https:\/\/www.silviadacomo.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/DSCN8153-300x225.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 750px) 100vw, 750px\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tutto era cominciato nella prima met\u00e0 degli anni Settanta. 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