Rosina sorride dietro un acquario

nonnaVIOLA+BIMBI+CAPPELLO

In tempi molto lontani e non sospetti, quando le bottiglie dell’acqua minerale erano solo di vetro e poche etichette distinguevano una marca da un’altra, un’ecologista ante litteram combatteva una personale battaglia casalinga.

Nella casa di Rosina, la mia nonna paterna, non era – e non sarebbe mai – entrata una sola bottiglia di acqua minerale, considerata un inutile lusso da sgnur. Sulla modesta tavola trionfava piuttosto una bottiglia con tappo ermetico, riempita di acqua effervescente preparata con la bustina di polvere di acido tartarico e bicarbonato di sodio. Inutile spiegarle che non gradivo affatto quell’acqua dal gusto di sale. Ogni volta che pranzavo a casa sua, lei, imperterrita, apriva la dispensa, afferrava una scatolina e si dedicava al suo frizzantissimo rito. Che le risparmiava «oltretutto» la «grana di restituire tutti quei vuoti» a rendere.

Indossava occhiali dalle lenti spesse, leggermente abbassati sul naso, e davanti all’acquaio, fissava il preparato che precipitava nella bottiglia. La vista non più troppo affidabile faceva sì che un po’ di polverina si depositasse sul bordo e così, una volta premuto il tappo ermetico e capovolta la bottiglia due volte, si creava una dispersione sotto la guaina. Inevitabile il classico sibilo mentre liquido gassoso fuoriusciva da tutte le parti.

«È una grande invenzione, io l’ho sempre usata!», dichiarava compiaciuta di fronte alle mie perplessità. «È strano che fai tanto la difficile, proprio te che mangi di tutto». Vero, mangiavo e mangio di tutto, ma detestavo quell’acqua che sapeva di sale. «Ma sai, preferisco bere quella del rubinetto così com’è».

Ma lei, con la sua sordità occasionale, mi versava nel bicchiere, come se niente fosse, la formidabile pozione idrica, salvo poi ribadire: «Ma sì va, che è buona, e poi questa fa digerire, l’altra no». Non volevo replicare a questa donna che con me era sempre stata amabile e generosa, riservandomi il meglio del suo carattere che, proprio come la sua acqua, non era sempre stato limpidissimo.
La cucina che Rosina mi propinava non era precisamente salutista. Ricordo noci di burro grandi come palline da ping pong gettate nel sugo con una disinvoltura che oggi si direbbe raccapricciante, o il coniglio al civet accompagnato da una peperonata in un lago d’olio, uova sode ripiene di tonno sormontate da una catena montuosa di maionese, e per finire – un classico della cucina piemontese che non si chiamava ancora “del territorio” – le pesche al vino, cioccolato e amaretto quale migliore preludio a un abbiocco ormai imminente.
«E adesso, lo vuoi un bicchiere di tamarindo?»

La frase, come di prammatica, arrivava alla fine di ogni pasto. E questa volta, eccola Rosina davanti a un bollitore con in mano un’altra bustina a prepararmi la tisana del frutto esotico che alcuni parenti emigrati in Argentina le avevano decantato. La ricordo spesso, questa sartoira classe 1908, originaria di Trofarello, con alle spalle una vita difficile che era stata anche piena di miseria.
Da ragazza lavorava come apprendista sarta e raggiungeva Torino a piedi per risparmiare i soldi del tram, che all’epoca collegava il paese alla città. Poi commessa, e poi ancora sarta che la mattina trasformava la cucina in laboratorio «per fare gli orli alla gente del borgo» e poi alla sera trasformava di nuovo il laboratorio in cucina. Siccome non c’era mai un metodo, i due ambienti di lavoro si contaminavano fantasiosamente. Il cibo di fili e le stoffe di farina. Ricordo al mattino gessetti da cucito, spole da imbastitura e passamanerie sparsi ovunque, e alla sera profumo di brodo di dado e mucchietti di friciulin pronti per una frittura rovente. Non si dannava certo per il cibo lei, «un uovo – ricordati – aggiusta tutto!»

Sorride un po’ sorniona in una spiritosa fotografia – il viso dietro le pareti di un piccolo acquario in un ristorante per pranzi domenicali che oggi non esiste più – questa donna davvero molto simpatica, indipendente, consapevole. Viveva in un mondo semplice, allietato e istruito costantemente dalle voci della radio («la televisione un po’ sì, poi stufa»). Un mondo spesso sereno, rappacificato con l’esistenza e le sue storture. E soprattutto, totalmente privo di fobie: anche questo non esiste più.