
L’ultima volta che ci sono stata, il tragitto in auto dall’aeroporto di Los Angeles a San Diego non è stato precisamente facile. Quel ricordo è tornato vivissimo, icastico, grazie a un particolare. Mi piace raccontarvi quel ricordo e quel particolare. Vi riscrivo il tutto al tempo presente.
Il volo è stato eterno. Qui, al LAX una coda inverosimile e qualche intoppo al bancone per il ritiro dell’auto a noleggio.
Mentre lui è allo sportello, io aspetto fuori con i bagagli. Non sono in grado di fare nulla. Il fuso orario, i giorni precedenti la partenza lavorativamente molto impegnativi, la stanchezza stratiforme e adesso catapultata in una bolla identica a tutte le bolle gigantesche di servizio del pianeta. Con orde di aerei che atterrano e decollano forsennatamente. Più o meno uno al minuto.
In quell’ora di attesa, me ne passano circa sessanta sopra la testa e ovviamente a bassissima quota. Non sono in grado di leggere l’ebook, perché le palpebre di fronte ai caratteri, anche allargati a corpo 20, scioperano. Il cervello mi sembra disattivato. Sento solo il rombo continuo e assordante dei motori aerei. E per ingannare il tempo prima che lui inganni me, tempo ancora interminabile dopo quei voli di quindici ore, gioco a indovinare il logo delle compagnie aeree sulle fusoliere o sulle derive in volo.
Finalmente ci mettiamo in viaggio. La foto scattata alla veloce immortala il parcheggio settore E/D illuminato dai tardivi bagliori del giorno. Imbocchiamo la Interstate 5. Autostrada a quattro corsie per ogni senso di marcia. Il traffico è ferocissimo. Se io non sono in grado di guidare per la stanchezza, lui non è messo molto meglio. Un po’ meglio, però. Siamo sinceramente preoccupati. Faremo qualche sosta, certo, prenderemo qualche caffè. Per forza. L’umore, con la promessa di prendercela comoda, pazienza a che ora arriviamo, risale a ogni miglio. Scrivo a Booking che tardiamo, nessun problema. Tutto rego raga (anche noi abbiamo lo slang).
Ma i cosiddetti autogrill negli Stati Uniti sono sugli svincoli quindi bisogna uscire per forza. È molto tardi. Proprio perché siamo stati svariate volte in questo paese, sappiamo bene come certe aree metropolitane si trasformino repentinamente con l’oscurità. Facciamo tre soste abbastanza lunghe e inusitate per sole due sole ore di viaggio. Uno dei posti ristoro è un buco con venti telecamere e scaffali di dolciumi ideati dai maestri del colore industriale. Pochissima gente e tutta sulle sue.
Caffè e zuccheri per po’ ci bloccano i ricettori dell’adenosina e andiamo di lusso. Anche se stanchissimi siamo senz’altro più lucidi. Fino alla prossima sosta. Via via che procediamo sono quelle acrobazie di luci a tenermi sveglia. Il rosso nastro luminoso delle auto sfreccianti. O che improvvisamente si incolonnano. Il nastro non ci abbandona. E Sul lato ovest finalmente si intravede l’oceano. Dista circa un chilometro e i terrapieni a lato dell’autostrada sono molto alti e coprenti. Ma da San Clemente in poi altre luci affiorano, sulla costa. A tratti, mentre le scie rosse dei fari aumentano sempre più.
È tutto, tutto fortemente antropizzato, ma il buio mescola le carte e le luci sono sagome brillanti e fantasmagoriche di edifici bassi bassi e nautica. L’ingresso a San Diego, con nostra sorpresa, è d’una facilità estrema. Il giorno dopo la città si rivela fantastica, strepitosamente vitale. Ne leggiamo la storia, ne esploriamo la natura generosa dei dintorni, assaporiamo ogni cosa. Sembra quasi una ricompensa.
Dopo diverso tempo, un nostro caro amico musicista mi presta un CD di Mark Lanegan. Cover, totalmente rivisitate in uno stile a me molto affine. L’occhio mi cade subito su un brano che non conosco e che contiene la parola “coastline”. Per la mia attitudine super acquatica quel titolo è una calamita. Sono ancora una che ascolta la musica in cuffia a occhi chiusi in poltrona, al buio, dopo cena. E così mi posiziono. Metto su Creeping Costaline of Lights. Dopo una breve introduzione strumentale, la voce baritonale è il focus di tutto, il ritmo da crepuscolare diventa ipnotico. Una specie di ballata dark dolcissima e ruvida che poetizza proprio le luci della costa californiana che avanzano nell’oscurità. “I’m looking for her light Creeping Coastline of Lights She’s comin’ down from her mountain Shinin’ white light like a fountain And I’m lookin’ for her light Creeping coastline of lights”. La città di San Diego, per me. Ascolto rapita, ma che succede? Che sono di nuovo sulla Interstate 5!
Ascolto la ballata e insieme ad essa riascolto il vissuto placarsi di quella tensione. La totalizzante solitudine che fa provare la strada americana di notte sembra un ritrito cliché letterario e cinematografico. Non lo è. Specialmente, specialmente, specialmente… se non riesci a tenere aperti quattro occhi in un abitacolo. Ma eccole, le luci della costa: Creeping coastline of lights. Eccolo il nastro rosso delle auto su otto corsie di marcia. Le luci che ci avevano tenuti svegli, consapevoli. Ecco le luci sul mare.
Nessun porto forse è ormai sicuro, ma ogni porto è indispensabile.
Fotografia in alto di Silvia Dacomo: San Diego, California, dalla finestra la sera dopo


