
Fotografia di Igor Matiz
Il traghetto attraccava nel piccolo porto. Dall’oblò, il ragazzo contemplava l’acqua in prossimità della spiaggia. Uno scenario di onde e bellezza. Onde e bellezza.
Non aveva radici perché non aveva più terra. Sopravvissuto a una battaglia feroce, aveva scelto di vivere così per ora, in solitudine dignitosa, dietro i vetri delle imbarcazioni, per lavorare sull’acqua dove le radici non sono la cosa più importante.
Li guardava rapito. Sembrava che quei ragazzi fossero nati con la tavola da surf attaccata ai piedi. Sembrava che fossero nati dentro il mare. Eppure forse loro avevano radici. I colori del mare visti da dentro il mare, dovevano essere diversi. Trovarsi in mezzo a quella schiuma e non sapere più che cosa è l’accidia era una cosa che lui non conosceva.
Le onde non erano molto alte, e i surfisti si contavano sulle dita di una mano. Eppure il ragazzo riuscì a immaginarsi dentro quei flutti, sollevato, catturato, felice nella luce piena di vento. Immaginò lo schiaffo dell’acqua sulle braccia, l’equilibrio poi guadagnato, la discesa inebriante e il tunnel di cristallo.
Riuscì a immaginare per la prima volta dopo molto, molto tempo la rinascita.
Copyright © 2015, Silvia Dacomo
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Fotografia di Igor Matiz (cc) Licensed by Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/
